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Ricordi di Coltura: profumi e odori

9 marzo 2023

Ricordi di Coltura, versione modificata da quella pubblicata dieci anni fa su Il Grigione Italiano. Di Silvia Corfu.

Alla radio un reporter della RSI chiede a un immigrato ticinese che vive a Boston: “Che cosa le manca di più nel suo paese nuovo?”
Mi aspettavo che l’intervistato rispondesse: “Il vino, il salame, la polenta etc.”

Invece il signore risponde: “Gli odori”.

Ed ecco che ritornano i miei ricordi degli odori e profumi della mia infanzia a Coltura.
Ogni stagione portava odori e profumi diversi.

A marzo, nel tardo pomeriggio quando i contadini accudivano le loro bestie – se il sole era già bel caldino – lasciavano aperto la porta della stalla, mentre dai letamai usciva l’acqua marrone della neve che si scioglieva rapidamente. Si camminava stando attenti a non mettere i piedi nell’acqua bruna e si sentiva l’odore delle bestie e un forte odore di letame. Ma non durava.

Quando la neve era completamente scomparsa e il vento soffiava dal nord, ci mandavano nel bosco a raccogliere le pigne da bruciare nel fornello. Il bosco era buio e umido, l’odore del muschio umido e le gemme fresche degli abeti ci accompagnavano nelle nostre scorribande. Spesso raccoglievamo la resina profumata degli abeti da masticare.

A maggio andavamo sull’orlo dei prati a raccogliere salvie e margherite per la festa della mamma, mentre il profumo dei lillà fioriti si spargeva nel paesino come un annuncio di cose belle che ci aspettavano: l’estate e la libertà di correre e giocare fino a sera tardi.

Il profumo intenso dei fiori sull’albero nell’orto di mio nonno – che lui chiamava lan flur dal fen – annunciava che il fieno era maturo, pronto per essere tagliato. Quando poi i fienili erano pieni di quel buon fieno essiccato al sole, il profumo di fieno secco strappava commenti dai turisti in viaggio verso Soglio. Es riecht gut bei euch, dicevano.

Luglio poi era il profumo dei tigli in fiore. I grandi portavano rami di tiglio ricoperti di fiori che poi noi piccoli aiutavamo a staccare dai rami – spesso in presenza del nonno o la nonna – e, nel caldo afoso di luglio pensavamo alla neve e alla tazza di tè di fior di tiglio fumante che ci dava la mamma quando eravamo raffreddati.

Più acerbi erano gli odori verso la fine d’agosto. Il “rasdiv” – guaime – non profumava più come il primo fieno e, negli orti la frutta caduta marciva per terra emanando l’odore acre di fermentazione.
Presto sarebbero ritornate le pecore e le mucche cosa sicura che l’estate era finita.

Ottobre era di nuovo l’odore del letame sparso sui prati e delle bestie che eran tornate dai pascoli alpini. Però anche la stoffa che la mamma tirava fuori dall’armadio per cucire i nostri grembiuli per la scuola odorava di – scuola – come il gesso del maestro sulla lavagna.

Novembre era tempo di bacaria – mazziglia – e si sentiva per casa l’odore dell’aglio che la mamma preparava a chili da usare nella preparazione delle carni. I rigagnoli marroni della primavera facevano posto a rigagnoli rossi del sangue dei maiali sacrificati per darci da mangiare. L’odore del sangue per le strade mi faceva ribrezzo, però poi le lucaniche mi piacevano tanto. E fino a che non arrivava tempo d’avvento con la corona fatta coi rami d’abete profumati, si sentiva per casa l’odore della carne che la mamma prima metteva nel sale e spezie per poi appendere ad essiccare all’aria fredda o l’odore delle lucaniche appese al camino ad affumicare.

Con San Nicolao poi tornavano odori più gradevoli – profumo di mandarini, biscotti e delle candele accese della corona d’avvento. Presto poi il profumo dell’albero di Natale avrebbe portato ricordi dell’estate in casa e anticipazione per i regali delle madrine e padrini.

Tornando da scuola per pranzo nel corridoio che separava la nostra casa da quella dei vicini si sentiva il profumo della loro minestra di carne salata che loro mangiavano quasi ogni giorno. Non sapevamo se canzonarli o se farci invitare siccome un pranzo a base di minestra, patate e carne salata ci faceva gola.

Nel silenzio di gennaio e febbraio la legna della stufa emanava un profumo di calma e serenità e ci addormentavamo sognando i profumi dell’estate.

Satira di Bregaglia

La vignetta del giorno

8njoju

Per sorridere un po’.