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Dalla Bolivia il grazie di Daniela Giovannini

12 giugno 2012 Nessun commento

Cari Amici, con piacere ho sentito della notizia che la Gioventù Bregaglia ha l’intenzione di donare i soldi ricavati dall’Open Air Bregaglia alla Fundacion Cristo Vive. Che sorpresa! Mi sento onorata, che abbiate pensato al progetto nel quale lavoro io e per questo vi ringrazio di cuore già in anticipo.

Da circa una settimana sono a Cochabamba in Bolivia, dove fra tre mesi terminerò il mio volontariato per la fondazione. Per darvi un po’ un’idea delle funzioni della Fondazione e del mio lavoro, posso raccontarvi delle mie esperienze fatte in Cile, a Santiago durante gli ultimi nove mesi, sia nel tempo libero che al lavoro.

La fondazione come alcuni già sapranno è costituita da alcune installazioni. Ci sono delle scuole per l’infanzia (Jardin Infantil) e asili nidi (Sala Cuna) in tre lati della città. In più c’è un “Hogar” per persone disabili (paragonabile all’Officina Protetta, però molto più piccolo), un Consultorio (Centro di sanità) e la scuola di formazione professionale, nella quale ho lavorato io. Nella EFPO (Escuela de Formacion Profesional en Oficios) ci sono diversi lavori che si possono imparare, per esempio elettricista, cuoco, meccanico, carpentiere, falegname, giardiniere. La formazione purtroppo è limitata a solo quattro mesi di apprendistato, perché lo stato non è pronto a pagare maggiori somme alla fondazione, per sostenere una formazione più lunga.

Da marzo ho avuto la possibilità di accompagnare giovani che si sono iscritti al corso di falegnameria. Il mio compito era principalmente di aiutare il professor Juan durante le lezioni. I giovani che sono ammessi ai corsi vengono da pessime situazioni economiche, e spesso hanno problemi di droga o famigliari.

Ho avuto per esempio uno scolaro che era totalmente tatuato e un braccio era pieno di cicatrici di “tagli”. Ha 23 anni e da quando aveva 13 anni consuma regolarmente droga. Passava notti nelle strade per trovare qualche spacciatore e doveva rubare per avere i soldi per comprarsi il “materiale”. Un mese dopo l’inizio del corso non l’ho più visto. I suoi compagni sono sicuri che sia ricaduto nel vecchio circolo vizioso delle droghe. Anche lo psicologo che accompagna gli scolari ne è sicuro. Questa storia mia ha fatto molta impressione ed è peccato che abbia dovuto lasciare la scuola dopo esser stato così vicino a una meta sensata che avrebbe potuto raggiungere.

Un altro scolaro è cresciuto in uno dei ghetti di Santiago, dove le minacce con arme da fuoco sono il pane quotidiano. Assaltano e derubano gente per avere i soldi per comprarsi le armi. Le sue descrizioni erano come quelle di un film. Ha una cicatrice in testa, dove gli era stata puntata una pistola. Due anni fa è morta sua madre. Due suoi amici sono stati uccisi per problemi nelle sue “gang”. Da come mi ha raccontato, ora se n’è andato e vive con suo fratello nel centro della città dove può vivere una vita più tranquilla. Adesso cerca di ricostruire la sua vita attraverso la scuola che gli dà l’opportunità d’imparare un lavoro gratuitamente. Lui sembra aver preso in mano la sua vita e sono sicura che ce la farà. Anche grazie alla fondazione.

Tutti gli scolari hanno un passato sconvolgente, alcuni ne parlano altri meno. La cosa per me più impressionante è lo stato di formazione che hanno. La minoranza tra di loro era capace di fare 17+17 senza l’aiuto di un cellulare, questa per me all’inizio è stata una grande sorpresa. Poi conoscendo il funzionamento delle scuole in Cile, soprattutto nei quartieri più poveri, il fatto di una formazione base pessima mi è risultato già più chiaro.

La cosa certa è, che la fondazione dà a tutti gli alunni, la possibilità d’imparare un mestiere, o perlomeno d’imparare le basi di un mestiere con le quali hanno buone possibilità di trovare lavoro dopo “l’apprendistato”. Se l’alunno approfitta della possibilità, dipende principalmente da lui stesso. Questa perlomeno è la mia impressione.

Gli scolari erano anche sempre interessati al funzionamento della formazione professionale in Svizzera e principalmente alla nostra cultura. Penso che per loro, il fatto di avere contatto con uno straniero, sia stato molto importante. Così hanno potuto aprire il loro orizzonte e conoscere, almeno un po’, una cultura a loro completamente sconosciuta.Nel quartiere dove ho vissuto succedeva spesso, che passavano persone a chiedere se potevamo regalargli un pacco di riso o di pasta.

Le case dei quartieri poveri di Santiago (dette “poblaciones”) hanno principalmente solo un piano, tetti di latta e sono molto fitte. Non so quante volte abbiamo sentito di case che sono bruciate completamente e i cui inquilini da un momento all’altro erano sulla strada senza un tetto sopra la testa. Si rallegravano pure di un paio di scarpe o di una maglietta che per noi era da buttare via.

Dalla Bolivia per ora non posso ancora raccontare molto, è imparagonabile con la gran città di Santiago, però tutto è ancora molto più povero. Spero abbiate potuto percepire almeno un po’ le realtà di quest’altro mondo.

Tanti cari saluti dalla Bolivia… e vi auguro tutto il bene per l’Open Air, che sia un gran successo!

I soldi qui sono sempre ben visti, e farò del mio meglio perché vengano utilizzati nella maniera più sensata possibile.

Daniela Giovannini

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