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“Come lo diciamo noi”: Elvetismi – specialità linguistiche

20 gennaio 2022

Intervista alla linguista e ricercatrice Laura Baranzini. A cura di Arianna Nussio, operatrice culturale Pgi Coira.

In questi giorni avrebbe dovuto aprire all’Alta scuola pedagogica dei grigioni la mostra «Elvetismi – specialità linguistiche», realizzata dal centro Dürrenmatt di Neuchâtel in collaborazione con il Forum Helveticum. A causa della pandemia in corso la tappa grigionese dell’esposizione e il ricco programma ad essa abbinato sono stati annullati. La linguista e ricercatrice dr. Laura Baranzini, che nel citato contesto avrebbe dovuto tenere una conferenza per conto della sezione di Coira della Pro Grigioni Italiano, ci ha concesso in alternativa un’intervista scritta sul tema.

L’esposizione che avrebbe dovuto aprire a Coira in questi giorni è intitolata «Elvetismi». Cosa si intende di preciso con questo termine? Può farci degli esempi?
Come spesso accade, sulle etichette è difficile raggiungere un consenso, e nella letteratura ne troviamo diverse, e solo parzialmente sovrapponibili. Se scegliamo un’accezione ampia del termine, un elvetismo è qualsiasi uso linguistico della varietà svizzera di una lingua – italiano, francese o tedesco – che la distingue dalla lingua considerata standard fuori dalla Svizzera (in Italia, Francia o Germania). Per quanto riguarda l’italiano è quindi un elvetismo un termine, una costruzione sintattica, un’espressione ecc. che è presente nell’italiano della Svizzera italiana (ISIt) mentre nell’italiano d’Italia è assente (natel, schlafsack, vignetta autostradale), o ha un significato diverso (mantello, azione), o è significativamente meno frequente o arcaico (spagnolette, paltò, medesimo, nosocomio).

Quali sono, se esistono, le specificità dell’italiano in uso nella Svizzera italiana (ISIt) rispetto alle altre varietà regionali dell’italiano diffuse nella Penisola?
L’ISIt è certamente una variante regionale dell’italiano (molto vicina a quella lombarda, per ovvie ragioni), ma presenta anche degli elementi di differenziazione specifici che la rendono una variante “un po’ più diversa” delle altre. Gli elementi che intervengono nella sua caratterizzazione sono infatti il sostrato dialettale, come avviene, appunto, per ogni variante regionale, ma anche il contatto stretto e costante con le altre due grandi lingue nazionali (francese e tedesco), che in Italia vale solo, in parte, per alcune varianti. L’aspetto principale della variazione dipende però dall’esistenza del confine politico, che, inevitabilmente, fa sì che la lingua sia chiamata a descrivere una realtà diversa: istituzioni politiche e amministrative, entità sociali, tutto un apparato civico che necessita di un lessico specifico che ne rifletta la peculiarità. Per concludere possiamo poi osservare come l’ISIt, in quanto varietà periferica (in questo caso ai margini geografici dell’italofonia ma anche fuori dai margini politici della maggior parte del territorio italofono), tende ad essere in linea di massima meno dinamica e più conservativa.
A collegare la maggior parte di questi elementi troviamo la caratteristica più significativa: i tratti dell’ISIt, a differenza di tutte le altre varietà regionali, sono presenti in modo diffuso e pervasivo a tutti i livelli linguistici e in tutti i contesti comunicativi. Termini, espressioni e costruzioni “regionali” compaiono nei testi amministrativi, nel linguaggio formale, in televisione, sui giornali. Questo significa, ovviamente, che una parte consistente di queste espressioni non sono percepite dai parlanti come connotate a livello di registro, come invece avviene per molte espressioni di chiara origine dialettale, per esempio.
Sulla base di queste riflessioni i linguisti che si sono interessati all’ISIt preferiscono parlare di varietà statale, proprio per sottolineare questa ulteriore differenza tra questa varietà e tutte le altre varietà regionali d’Italia.

Constata anche delle peculiarità all’interno della Svizzera italiana? Nota differenze per esempio fra il linguaggio amministrativo utilizzato in Ticino e quello in uso nei Grigioni?
Sulle differenze tra la varietà ticinese e quella grigionese non ci sono ancora, purtroppo, sufficienti studi approfonditi. Sono note alcune differenze puntuali, come l’esempio molto citato di podestà per ‘sindaco’, ma non si tratta di rassegne sistematiche. È possibile però avanzare delle ipotesi tanto sull’influsso del tedesco, verosimilmente maggiore nel Grigionitaliano, in particolare in tutto il linguaggio politico-amministrativo cantonale (spesso tradotto), quanto su quello dei dialetti, che nell’area grigionese rimangono più vitali rispetto a buona parte del territorio ticinese.

Chi stabilisce se una parola utilizzata solo nella Svizzera italiana è accettabile come variante regionale dell’italiano o è da considerare un errore?
Vorrei premettere che – tranne in casi di apprendimento tardivo o in un ipotetico ambiente estremamente formale – siamo tutti locutori di una varietà regionale di italiano (e, almeno nella pronuncia, siamo tutti riconoscibili come ‘parlanti regionali’). Nessuno acquisisce spontaneamente il cosiddetto “italiano standard” come lingua madre.
Venendo alla domanda, non esiste un’autorità linguistica che possa decretare la correttezza o meno di una forma linguistica dell’italiano. Per determinare se un termine è accettabile o meno possiamo adottare due prospettive molto diverse: la prima è legata alla codifica della “norma linguistica” e si basa sostanzialmente sulle grammatiche, sui dizionari e sull’uso linguistico di “locutori illustri”, in particolare gli autori letterari. Secondo questo punto di vista, tutto ciò che non è codificato in questo canone è da considerarsi errato. La prospettiva del linguista è però profondamente diversa, e osserva e prende atto degli usi linguistici esistenti, riconducendoli al contesto in cui si manifestano, ai locutori coinvolti ecc. Su quali basi possiamo considerare estraneo alla norma un fenomeno linguistico diffuso all’interno di una comunità di parlanti? Possiamo senz’altro descriverne le limitazioni d’uso (geografiche, di contesto, ecc.) o determinarne la maggiore o minore adesione alla ‘norma’ come descritta sopra, ma un uso attestato e condiviso, per sua stessa natura, fa parte della lingua. Ciò che è certamente auspicabile è invece una riflessione su questi aspetti, anche in ambito scolastico, che porti tutti i parlanti a un grado maggiore di consapevolezza linguistica.

Esiste un vocabolario dell’italiano della Svizzera italiana o un’opera di riferimento analoga alla quale rivolgersi se si hanno dei dubbi linguistici in merito a termini regionali?
Come dicevamo, si tende a vedere nell’ISIt una varietà statale più che regionale, come siamo abituati a fare con il francese del Québec o del Belgio o con l’inglese degli Stati Uniti o dell’Australia. Il riconoscimento in questo senso dell’ISIt è reso più difficile dal numero esiguo di parlanti e dalla scarsità di “autorità linguistiche”, letterarie o scientifiche. Un’opera lessicografica come un vocabolario contribuirebbe infatti alla legittimazione di uno standard linguistico parzialmente indipendente da quello d’Italia, agendo anche sul prestigio percepito sia all’esterno della comunità dei parlanti che al suo interno (un piccolo passo in questa direzione è stato fatto nell’edizione del 2007 del dizionario Zanichelli, che da allora accoglie una trentina di termini classificati come “elvetismi”; tutte le altre opere di riferimento, come gli studi di Alessio Petralli o di Elena Maria Pandolfi, sono di natura scientifica e rivolti quasi esclusivamente agli specialisti). Proprio in quest’ottica l’Osservatorio linguistico della Svizzera italiana sta per avviare un progetto che prevede appunto la pubblicazione di un vocabolario commentato dei termini che differenziano l’ISIt dall’italiano standard d’Italia. Nella compilazione di questo importante lavoro lessicografico ci serviremo dei dati che stiamo raccogliendo grazie al progetto lìdatè – l’italiano dal territorio (www.lidate.ch), che indaga, grazie alla collaborazione dei parlanti, i confini della diffusione delle diverse forme dell’italiano in uso.

Durante i suoi soggiorni a Roma non le è mai capitato di ordinare al bar un caffè col «cremino»?
Avrei potuto, e mi avrebbero portato un gelato o un cioccolatino! In realtà noi svizzeri, esposti da sempre alla letteratura e alla televisione italiane e abituati a viaggiare e soggiornare in Italia, sviluppiamo una buona consapevolezza della variazione linguistica, e impariamo in modo abbastanza naturale ad adattarci all’interlocutore. Ma è vero che resta una parte di “regionalità”, nella lingua di ciascuno, assolutamente inconsapevole (questo vale in particolare per l’ISIt, come abbiamo detto sopra): è piuttosto irrealistico pensare di poter controllare completamente il nostro uso linguistico e di doverlo epurare da ogni connotazione geografica, soprattutto nel parlato spontaneo. D’altronde non pretendiamo di farlo a livello di intonazione o di accento; perché dovremmo comportarci diversamente per quanto riguarda gli altri livelli linguistici? Insomma, è assolutamente fisiologico che la lingua di ogni locutore rifletta in parte anche la sua provenienza geografica, senza dimenticare, tuttavia, che parlando abbiamo come necessità imprescindibile la reciproca comprensione. Il caffè con il cremino, quindi, avrei potuto ordinarlo per disattenzione, certamente, ma per il resto avrei avuto tutto l’interesse a non chiederlo, se avessi voluto un caffè con il latte!


Laura Baranzini ha studiato linguistica generale e linguistica italiana all’università di Ginevra, dove ha conseguito il dottorato in linguistica italiana nel 2010. Come ricercatrice post-doc ha sviluppato o collaborato a progetti presso le università di Roma Tre, Basilea, Neuchâtel e Torino. Attualmente associa alla sua attività di ricerca all’Osservatorio linguistico della Svizzera italiana un incarico di docenza all’Istituto di studi italiani dell’Università della Svizzera Italiana. Le sue ricerche si concentrano sulla sociolinguistica dell’italiano in Svizzera, sulla semantica e la pragmatica, sul contatto tra modalità ed evidenzialità e su alcuni fenomeni di interfaccia tra morfosintassi e testualità, in italiano e in prospettiva contrastiva. Si interessa inoltre di argomentazione e di comunicazione implicita e manipolatoria, collaborando all’Osservatorio Permanente sulla Pubblicità e la Propaganda.

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